lunedì, giugno 03, 2013
La grande bellezza di Belgrado
Quando ci apprestiamo a visitare una città nelle nostre valige non mancano mai le guide turistiche. Dettagliatamente, ci forniscono informazioni geografiche, storiche, culturali, gastronomiche. Ci dicono come ottimizzare il nostro soggiorno se abbiamo poco tempo a disposizione suggerendoci percorsi da fare ed il tutto risulta nella maggior parte dei casi molto utile per il viaggiatore/turista. Avete mai trovato in una guida, delle pagine dedicate all'atmosfera della città e in particolare al contatto umano? Io no, ma ritengo sia un aspetto fondamentale, perciò non mi soffermerò su ciò che potrete trovare su un giornale/sito qualsiasi, vi parlerò degli abitanti di Belgrado. Una città può essere talmente bella da toglierci il fiato, se però ci troviamo circondati da persone sgarbate, non disponibili ad aiutarci quando perdiamo il nostro senso d'orientamento in un territorio a noi sconosciuto, la bellezza che fino a quel momento abbiamo percepito di quel luogo precipiterà senza alcuna pietà. E' tutto collegato, come in una relazione di coppia, l'uno parla dell'altro e viceversa. Si può essere il migliore o il peggiore biglietto da visita.
Per tutti noi che siamo abituati a vivere nelle città frenetiche dove i rapporti umani sono ridotti al minimo indispensabile, visitare Belgrado può risultare persino terapeutico. Oltre alle meraviglie culturali e il lato indiscutibilmente romantico dovuto alla presenza dei due fiumi da cui la città è circondata, il vero punto di forza sono le persone e la musica. Nonostante si tratta di una metropoli in cui il numero degli abitanti supera i due milioni, indipendentemente dal traffico caotico e i continui rumori dei clacson, si tratta di una capitale da atmosfera rilassante dove tutti sono disposti a fermarsi, bere un caffè e scambiare due parole. Nel corso della mia ultima visita nel cuore dei Balcani più volte ho smarrito la via. Chissà, forse anche io in quei luoghi ancora intatti e genuini avevo cercato come fece a suo tempo Proust, il tempo perduto, fortunatamente trovavo sempre qualcuno pronto a riportarmi a casa, senza dirmi "mi scusi non ho tempo" oppure, correndo, "non so, chieda a quel signore là", sempre con il sorriso sulle labbra erano pronti ad aiutare, non solo i pedoni smarriti ma anche automobilisti con targhe straniere a cui era sfuggito qualche cartello stradale. Mi è capitato di osservare una scena quasi commuovente, il conducente di un tram che si ferma in curva perché vede un uomo in difficoltà.
Una mattina sono andata a vedere una mostra. C'era due uomini anziani. Vestiti in giacca e cravatta, seduti su uno sgabello a discutere di arte. Alla fine della discussione si sono alzati, uno ha preso sotto il braccio l'altro e lentamente si sono allontanati. Non molto tempo dopo sono uscita con un'amica a fare una passeggiata nel quartiere. Al ritorno ci siamo fermate a comprare delle fragole e abbiamo passato delle ore sul suo balcone, al sole, a mangiarle e parlare. Di tutto e di niente, circondate da un silenzio quasi spirituale.
Anche le ore notturne vi sorprenderanno. Per gli amanti della buona cucina e musica è il posto giusto. Si cena e si balla sulle zattere del Danubio dove il divertimento è assicurato. Non prestate troppa attenzione a come siete vestiti perché con molta probabilità a nessuno importerà. La sostanza è di casa, l'apparenza dimora in periferia. I gruppi musicali che si esibiscono sono di altissimo livello, pronti a cimentarsi, tra un sorso di vino e un tiro di sigaretta, in un vasto repertorio che va dalle canzoni di ieri a quelle di oggi. Per chi è dalle parti dell'ex Iugoslavia è più facile riconoscere le melodie e capire i testi ma ogni tanto si può anche sentire un classico di Frank Sinatra che dà un ulteriore tocco di magia alle serate già perfette.
Slavimir Stojanovic, un noto artista di Belgrado nonché proprietario del negozio "Futro", in un'immagine dice che "la vita è una cosa molto seria. Forse dovremo vestirci tutti di nero e non parlare gli uni con gli altri. Per capire meglio noi stessi. Dovremo anche piangere di più, così laveremo i nostri occhi e vedremo meglio", la grande bellezza di noi, di chi ci sta accanto e di Belgrado.
Per tutti noi che siamo abituati a vivere nelle città frenetiche dove i rapporti umani sono ridotti al minimo indispensabile, visitare Belgrado può risultare persino terapeutico. Oltre alle meraviglie culturali e il lato indiscutibilmente romantico dovuto alla presenza dei due fiumi da cui la città è circondata, il vero punto di forza sono le persone e la musica. Nonostante si tratta di una metropoli in cui il numero degli abitanti supera i due milioni, indipendentemente dal traffico caotico e i continui rumori dei clacson, si tratta di una capitale da atmosfera rilassante dove tutti sono disposti a fermarsi, bere un caffè e scambiare due parole. Nel corso della mia ultima visita nel cuore dei Balcani più volte ho smarrito la via. Chissà, forse anche io in quei luoghi ancora intatti e genuini avevo cercato come fece a suo tempo Proust, il tempo perduto, fortunatamente trovavo sempre qualcuno pronto a riportarmi a casa, senza dirmi "mi scusi non ho tempo" oppure, correndo, "non so, chieda a quel signore là", sempre con il sorriso sulle labbra erano pronti ad aiutare, non solo i pedoni smarriti ma anche automobilisti con targhe straniere a cui era sfuggito qualche cartello stradale. Mi è capitato di osservare una scena quasi commuovente, il conducente di un tram che si ferma in curva perché vede un uomo in difficoltà.
Una mattina sono andata a vedere una mostra. C'era due uomini anziani. Vestiti in giacca e cravatta, seduti su uno sgabello a discutere di arte. Alla fine della discussione si sono alzati, uno ha preso sotto il braccio l'altro e lentamente si sono allontanati. Non molto tempo dopo sono uscita con un'amica a fare una passeggiata nel quartiere. Al ritorno ci siamo fermate a comprare delle fragole e abbiamo passato delle ore sul suo balcone, al sole, a mangiarle e parlare. Di tutto e di niente, circondate da un silenzio quasi spirituale.
Anche le ore notturne vi sorprenderanno. Per gli amanti della buona cucina e musica è il posto giusto. Si cena e si balla sulle zattere del Danubio dove il divertimento è assicurato. Non prestate troppa attenzione a come siete vestiti perché con molta probabilità a nessuno importerà. La sostanza è di casa, l'apparenza dimora in periferia. I gruppi musicali che si esibiscono sono di altissimo livello, pronti a cimentarsi, tra un sorso di vino e un tiro di sigaretta, in un vasto repertorio che va dalle canzoni di ieri a quelle di oggi. Per chi è dalle parti dell'ex Iugoslavia è più facile riconoscere le melodie e capire i testi ma ogni tanto si può anche sentire un classico di Frank Sinatra che dà un ulteriore tocco di magia alle serate già perfette.
Slavimir Stojanovic, un noto artista di Belgrado nonché proprietario del negozio "Futro", in un'immagine dice che "la vita è una cosa molto seria. Forse dovremo vestirci tutti di nero e non parlare gli uni con gli altri. Per capire meglio noi stessi. Dovremo anche piangere di più, così laveremo i nostri occhi e vedremo meglio", la grande bellezza di noi, di chi ci sta accanto e di Belgrado.
giovedì, gennaio 03, 2013
Una croata a Belgrado – parte 2
Ancora addormentata entrai in macchina dalla quale mi fu offerta una generica e rapida panoramica della città. Spostavo velocemente lo sguardo da un lato all’altro della strada sentendomi di nuovo una bambina di sette anni alla quale avrebbero nuovamente chiesto di ripetere il giuramento della prima elementare. Intorno a me c’erano delle scritte in cirillico, l’alfabeto ufficiale della Serbia, il quale nel sistema scolastico della mia defunta nazione era obbligatorio studiare. Io lo studiai in terza elementare. Da quel momento in poi non ne sentì più parlare. Fino a quella piovosa giornata.
Nel traffico caotico della capitale serba la maggior parte delle macchine mi sembravano uscite da un museo. Notai una golf, la prima costruita dalla Volswagen, un modello in cui per l’ultima volta entrai negli anni ottanta, il giorno in cui un collega di mio nonno mi portò a casa dalla scuola materna. La sua macchina era di colore arancione e io ero seduta sul sedile posteriore. Anche l’architettura non mi lasciò indifferente con i suoi palazzi, alcuni dei quali davvero singolari. Notai un antico edificio con delle particolari finestre. Gli abitanti del posto lo chiamano “televisore”. Ricorda i televisori di una volta. Quelle che dietro erano profonde e davanti sembravano incorniciate.
Al risveglio del giorno dopo rimasi incredula. Mi affacciai alla finestra sotto la quale, sul prato vidi dei signori anziani con due casse di peperoni rossi pronti per essere arrostiti sul fuoco. Tentai di trasmettere la mia incredulità agli altri abitanti della casa in cui dormivo ma non capirono il mio stupore. Per loro era una scena quotidiana. Più tardi, lontano da tutti cominciai a pensare alla cucina. Non c’era niente di male nel preparare una deliziosa salsa piccante a base di peperoni, la quale fa parte della loro tradizione culinaria ma un quadro simile sotto la mia finestra milanese non si potrà mai vedere, perché? Forse per paura di apparire diversi, di farci prendere in giro oppure pensiamo che sarebbe un comportamento inappropriato? Se fosse così chi la stabilito?
Archiviata quella che mi sembrava una scena bizzarra o di altri tempi e bevuto il caffè ero pronta per fare colazione. Già mi immaginavo un dolcetto, quando mi trovai davanti agli occhi una bottiglia di grappa e del prosciutto, il tutto rigorosamente fatto nelle campagne dei dintorni. Provai a protestare ma alla fine decisi di cedere, in fondo rifiutare le loro regole mi sembrava scortese e così non solo mi abituai a tutto questo ma finì per amarlo. A dire il vero sono così tanti anni che mi sveglio con del dolce che non ho mai preso in considerazione di provare il salato. Mi chiedo: la nostra mente è così abituata ad una direzione che proprio non riesce a intravederne un’altra?
I giorni passavano e io scoprivo sempre di più il mio nuovo mondo. Facevo delle passeggiate lungo il Danubio accertandomi di persona della disponibilità delle persone che incontravo. Senza che chiedessi il loro aiuto, vedendomi in difficoltà, mi davano delle utili informazioni turistiche oppure mi aiutavano a ritrovare la strada che erroneamente avevo smarrito. Con una spontaneità disarmante, sempre meno presente nel mondo dal quale provengo.
Nonostante abito in una città che conta due milioni di abitanti circa, a volte è possibile incontrare un viso familiare e così un giorno incontrai un caro conoscente di cui ho sempre amato il senso dell’umorismo e l’intelligenza. Felici del nostro incontro decidemmo di pranzare insieme. Arrivati al dolce, mi disse: “Vedi, in questa città ognuno recita un ruolo, peccato non si siano resi conto che è sempre lo stesso” e rise.
Ultimamente si sente spesso parlare degli effetti della chirurgia estetica che porta sempre di più all’omologazione. E se anche la nostra interiorità fosse invasa da un bravo chirurgo che nel corso degli anni tenta di renderci sempre più simili fra di noi? Come direbbe Laura Kipnis, una nota sociologa americana: titolari di passaporto, prigionieri di noi stessi.
Nel 1941, il filosofo tedesco, Erich Fromm, nel suo saggio, “Fuga dalla libertà” ha scritto: “Rinunciare alla spontaneità e all’individualità significa soffocare la vita”. Siamo davvero disposti ad arrivare a questo?
Le persone che mi conoscono bene sanno quanto amo nei miei viaggi vivere la comunità locale. Mi piace gironzolare nei supermercati per vedere i loro prodotti, visitare mercati, mangiare nelle trattorie tipiche del luogo e usare i mezzi pubblici. Proprio loro. La strada che percorrevo quasi quotidianamente era sufficientemente lunga da darmi il tempo di osservare le persone. Oltre ad un sistema di obliterazione dei biglietti altamente tecnologico e funzionale, con mio grande piacere e dispiacere allo stesso tempo, notai una scena che non vedevo da anni. Ad una fermata entrò sull’autobus una signora anziana alla quale, immediatamente, un ragazzino, avrà avuto dieci anni, cedette il posto. Un bell’esempio di educazione e rispetto.
Il fatto che una nazione sia economicamente più debole la rende più portata a mantenere quei valori che una volta ci venivano insegnati? E ancora, il benessere da cui noi siamo circondati ci ha resi paradossalmente più poveri, opportunisti e privi di valori? Le mie serate serbe non erano all’insegna dei locali chiassosi e della musica ad alto volume. Erano caratterizzate dalla socializzazione, un concetto che a primo impatto può sembrare banale ma pensateci bene, quando è stata l’ultima volta che avete veramente ascoltato una persona a voi cara?
Passavo le mie serate seduta sulla poltrona, avvolta da una calda coperta e dal silenzio dell’ambiente esterno, interrotto soltanto occasionalmente dal miagolio dei gatti. Per un istante mi era sembrato di stare lontano dalla civiltà. Il televisore era spento e la mia attenzione pienamente rivolta verso i vari argomenti che spaziavano da quelli leggeri a quelli profondi. Parlavamo in modo costruttivo senza che, come spesso accade, qualcuno dei presenti cercasse di dominare o di imporre la propria opinione. Ognuno di noi aveva uno spazio in cui esprimersi ed essere ascoltato.
Non molto tempo fa ero in macchina con due amiche. Parlavamo delle relazioni. Per quasi tutto il viaggio ci sembrava di trovarci su delle posizioni differenti e in completo disaccordo. Essendo delle degne rappresentanti di questa epoca moderna o post-moderna, come è stata definita dai sociologi, mentre parlavamo, in contemporanea ci dedicavamo alle altre attività, quali rispondere ad una importantissima chiamata oppure leggere un comunicato virtuale al quale non potevamo proprio rinunciare. Risultato? Tutte e tre in realtà esprimevamo lo stesso concetto con parole diverse ma eravamo talmente distratte che non ci siamo accorte, rischiando di discutere e rovinarci la giornata.
Conosco addirittura una persona la quale era così impegnata nelle varie comunicazioni in contemporanea che, una volta uscita dal supermercato a posto di prendere il guinzaglio del suo cane, erroneamente ha afferrato quello di un altro portandosi appresso per un tratto di strada un cane non suo. Quando mi ha raccontato questo episodio, si è giustificata dicendomi che i due cani erano quasi identici. Il più delle volte pur non conoscendo nulla o quasi di alcune nazioni, le classifichiamo come appartenenti al terzo mondo. Spesso proviamo dispiacere per i loro abitanti, i quali non possiedono dei vestiti firmati, macchine di lusso, non hanno le possibilità economiche per fare dei viaggi oppure andare nei ristoranti. E se dopotutto è la nostra cultura quella per cui dobbiamo provare il vero dispiacere?
Il mondo è un esame, senza il quale non saremo in grado di stabilire se siamo capaci di elevarci alle esperienze dirette. Anche la nostra vista è fondamentale, per vedere se sappiamo guardare oltre. La materia, essa ci serve per esplorare la curiosità ma è il dubbio il nostro principale alleato. Necessario per misurare la vitalità.
Nel traffico caotico della capitale serba la maggior parte delle macchine mi sembravano uscite da un museo. Notai una golf, la prima costruita dalla Volswagen, un modello in cui per l’ultima volta entrai negli anni ottanta, il giorno in cui un collega di mio nonno mi portò a casa dalla scuola materna. La sua macchina era di colore arancione e io ero seduta sul sedile posteriore. Anche l’architettura non mi lasciò indifferente con i suoi palazzi, alcuni dei quali davvero singolari. Notai un antico edificio con delle particolari finestre. Gli abitanti del posto lo chiamano “televisore”. Ricorda i televisori di una volta. Quelle che dietro erano profonde e davanti sembravano incorniciate.
Al risveglio del giorno dopo rimasi incredula. Mi affacciai alla finestra sotto la quale, sul prato vidi dei signori anziani con due casse di peperoni rossi pronti per essere arrostiti sul fuoco. Tentai di trasmettere la mia incredulità agli altri abitanti della casa in cui dormivo ma non capirono il mio stupore. Per loro era una scena quotidiana. Più tardi, lontano da tutti cominciai a pensare alla cucina. Non c’era niente di male nel preparare una deliziosa salsa piccante a base di peperoni, la quale fa parte della loro tradizione culinaria ma un quadro simile sotto la mia finestra milanese non si potrà mai vedere, perché? Forse per paura di apparire diversi, di farci prendere in giro oppure pensiamo che sarebbe un comportamento inappropriato? Se fosse così chi la stabilito?
Archiviata quella che mi sembrava una scena bizzarra o di altri tempi e bevuto il caffè ero pronta per fare colazione. Già mi immaginavo un dolcetto, quando mi trovai davanti agli occhi una bottiglia di grappa e del prosciutto, il tutto rigorosamente fatto nelle campagne dei dintorni. Provai a protestare ma alla fine decisi di cedere, in fondo rifiutare le loro regole mi sembrava scortese e così non solo mi abituai a tutto questo ma finì per amarlo. A dire il vero sono così tanti anni che mi sveglio con del dolce che non ho mai preso in considerazione di provare il salato. Mi chiedo: la nostra mente è così abituata ad una direzione che proprio non riesce a intravederne un’altra?
I giorni passavano e io scoprivo sempre di più il mio nuovo mondo. Facevo delle passeggiate lungo il Danubio accertandomi di persona della disponibilità delle persone che incontravo. Senza che chiedessi il loro aiuto, vedendomi in difficoltà, mi davano delle utili informazioni turistiche oppure mi aiutavano a ritrovare la strada che erroneamente avevo smarrito. Con una spontaneità disarmante, sempre meno presente nel mondo dal quale provengo.
Nonostante abito in una città che conta due milioni di abitanti circa, a volte è possibile incontrare un viso familiare e così un giorno incontrai un caro conoscente di cui ho sempre amato il senso dell’umorismo e l’intelligenza. Felici del nostro incontro decidemmo di pranzare insieme. Arrivati al dolce, mi disse: “Vedi, in questa città ognuno recita un ruolo, peccato non si siano resi conto che è sempre lo stesso” e rise.
Ultimamente si sente spesso parlare degli effetti della chirurgia estetica che porta sempre di più all’omologazione. E se anche la nostra interiorità fosse invasa da un bravo chirurgo che nel corso degli anni tenta di renderci sempre più simili fra di noi? Come direbbe Laura Kipnis, una nota sociologa americana: titolari di passaporto, prigionieri di noi stessi.
Nel 1941, il filosofo tedesco, Erich Fromm, nel suo saggio, “Fuga dalla libertà” ha scritto: “Rinunciare alla spontaneità e all’individualità significa soffocare la vita”. Siamo davvero disposti ad arrivare a questo?
Le persone che mi conoscono bene sanno quanto amo nei miei viaggi vivere la comunità locale. Mi piace gironzolare nei supermercati per vedere i loro prodotti, visitare mercati, mangiare nelle trattorie tipiche del luogo e usare i mezzi pubblici. Proprio loro. La strada che percorrevo quasi quotidianamente era sufficientemente lunga da darmi il tempo di osservare le persone. Oltre ad un sistema di obliterazione dei biglietti altamente tecnologico e funzionale, con mio grande piacere e dispiacere allo stesso tempo, notai una scena che non vedevo da anni. Ad una fermata entrò sull’autobus una signora anziana alla quale, immediatamente, un ragazzino, avrà avuto dieci anni, cedette il posto. Un bell’esempio di educazione e rispetto.
Il fatto che una nazione sia economicamente più debole la rende più portata a mantenere quei valori che una volta ci venivano insegnati? E ancora, il benessere da cui noi siamo circondati ci ha resi paradossalmente più poveri, opportunisti e privi di valori? Le mie serate serbe non erano all’insegna dei locali chiassosi e della musica ad alto volume. Erano caratterizzate dalla socializzazione, un concetto che a primo impatto può sembrare banale ma pensateci bene, quando è stata l’ultima volta che avete veramente ascoltato una persona a voi cara?
Passavo le mie serate seduta sulla poltrona, avvolta da una calda coperta e dal silenzio dell’ambiente esterno, interrotto soltanto occasionalmente dal miagolio dei gatti. Per un istante mi era sembrato di stare lontano dalla civiltà. Il televisore era spento e la mia attenzione pienamente rivolta verso i vari argomenti che spaziavano da quelli leggeri a quelli profondi. Parlavamo in modo costruttivo senza che, come spesso accade, qualcuno dei presenti cercasse di dominare o di imporre la propria opinione. Ognuno di noi aveva uno spazio in cui esprimersi ed essere ascoltato.
Non molto tempo fa ero in macchina con due amiche. Parlavamo delle relazioni. Per quasi tutto il viaggio ci sembrava di trovarci su delle posizioni differenti e in completo disaccordo. Essendo delle degne rappresentanti di questa epoca moderna o post-moderna, come è stata definita dai sociologi, mentre parlavamo, in contemporanea ci dedicavamo alle altre attività, quali rispondere ad una importantissima chiamata oppure leggere un comunicato virtuale al quale non potevamo proprio rinunciare. Risultato? Tutte e tre in realtà esprimevamo lo stesso concetto con parole diverse ma eravamo talmente distratte che non ci siamo accorte, rischiando di discutere e rovinarci la giornata.
Conosco addirittura una persona la quale era così impegnata nelle varie comunicazioni in contemporanea che, una volta uscita dal supermercato a posto di prendere il guinzaglio del suo cane, erroneamente ha afferrato quello di un altro portandosi appresso per un tratto di strada un cane non suo. Quando mi ha raccontato questo episodio, si è giustificata dicendomi che i due cani erano quasi identici. Il più delle volte pur non conoscendo nulla o quasi di alcune nazioni, le classifichiamo come appartenenti al terzo mondo. Spesso proviamo dispiacere per i loro abitanti, i quali non possiedono dei vestiti firmati, macchine di lusso, non hanno le possibilità economiche per fare dei viaggi oppure andare nei ristoranti. E se dopotutto è la nostra cultura quella per cui dobbiamo provare il vero dispiacere?
Il mondo è un esame, senza il quale non saremo in grado di stabilire se siamo capaci di elevarci alle esperienze dirette. Anche la nostra vista è fondamentale, per vedere se sappiamo guardare oltre. La materia, essa ci serve per esplorare la curiosità ma è il dubbio il nostro principale alleato. Necessario per misurare la vitalità.
lunedì, novembre 26, 2012
Una croata a Belgrado – parte 1
Appartengo alla classe del 1979 e ad una generazione diventata, nel corso degli anni, orfana della propria nazione. Ma non è stato sempre così. Uno dei miei primi ricordi risale al periodo scolastico e ad una fotografia, quella di Tito, in uniforme e sorridente, che ci guardava dal muro della nostra aula, in cui, anche se bambini ci sentivamo adulti. Le maestre, oltre a insegnarci nozioni base per la nostra vita futura, ci trasmettevano il senso di importanza del nostro paese. Ci parlavano della Jugoslavia, era questo il suo nome, della sua grandezza, dei suoi valori e del senso di comunità.
Presto iniziarono i preparativi per una delle cerimonie più importanti nella vita di un bambino jugoslavo: diventare “pioniere”. Si trattava del primo dei tre passi, tipico dei paesi comunisti, per diventare a tutti gli effetti parte integrante del sistema politico e sociale. Il significato reale di tutto ciò era molto più complesso ma noi bambini vedevamo soltanto le nostre danze di gruppo, canti, divise bianche, blu, rosse e la cosa più importante di tutte: il giuramento. Con esso davamo la nostra parola che ci saremo impegnati nello studio, che avremo rispettato i genitori e le persone più anziane. Parlavamo anche dell’amicizia, promettendo di essere dei buoni amici, leali e fedeli, di amare il nostro paese e diffondere la fratellanza e le idee per cui Tito aveva combattuto. Concludevamo allargando le nostre parole all’umanità e a tutti quelli che volevano la pace e la libertà. Abbiamo giurato che li avremo stimati e rispettati.
Erano gli anni della spensieratezza infantile, del senso di sicurezza che ci veniva offerto giorno dopo giorno e dell’innocenza. Poi, nella mia vita ci fu un drastico cambiamento: il trasloco, non uno qualsiasi in cui si cambia via oppure quartiere. Nel 1991 cambiai nazione e mi trovai di fronte a dei nuovi usi e costumi, davanti ad una nuova cultura, quella occidentale. All’epoca ero un’adolescente ed il mio mondo, i miei problemi erano più importanti di qualsiasi evento, persino di una guerra.
Anche se i giornali e i telegiornali non facevano parte della mia quotidianità, non potevo non venire a conoscenza di quello che stava accadendo nella mia terra di origine. All’improvviso mi trovai di fronte ad uno stato del tutto nuovo in cui il nostro senso di comunità si era drasticamente ridimensionato. Non c’era più il senso di fratellanza che ha lasciato spazio ad una netta distinzione tra chi era serbo e croato, cattolico oppure ortodosso. Noi croati diventammo “ustascia” per i serbi e loro, per noi diventarono “cetnici”.
Un aspetto che apparteneva ai paesi comunisti era la laicità. A scuola, non ci avevano mai parlato di Dio ma nel giro di poco tempo la religione a cui apparteneva la propria famiglia diventò di fondamentale importanza, tanto che le chiese assunsero un importante ruolo. Negli occhi degli adulti mi sembrava che lo stupore fosse minore, le parole: “Era inevitabile dopo la morte di Tito” davano una sorta di alibi e accettazione a tutto ciò che accadeva. A volte rientravo nella mia città natale. Rimasi stupita dalla improvvisa presenza di Dio nelle loro vite e dall’accentuato nazionalismo di cui erano diventati vittime.
Una sera andai a trovare la mia amica di infanzia. Sua madre, una volta, mia maestra delle elementari, mi aprì la porta e felice di vedermi si avvicinò per darmi un bacio. Al secondo bacio si fermò ma io, avendo oramai assorbito le usanze occidentali, feci l’errore di dargliene uno terzo, al che si arrabbiò e mi disse che così baciavano i serbi. In quella stessa settimana, un ragazzo mi chiese di uscire. Mi portò alla messa di Natale che nessuno dei due fino a quel momento aveva festeggiato e così per la prima volta entrai in una chiesa dove mi resi conto della velocità con cui noi croati abbiamo rispolverato la nostra spiritualità, rimasta in ombra per tutto il periodo di Tito. Quanto a me, il processo di trasformazione non ebbe successo, rimasi quella che ero: croata da parte del padre e serba da parte della madre, senza una presenza divina a mio fianco.
Qualche anno dopo, la guerra in Croazia finì. Le vicende politiche passarono in secondo piano e la vita riprese il suo naturale corso. I miei amici croati iniziarono ad esplorare la loro nuova identità fatta di nuove idee politiche e di espansione verso l’Occidente. Era il 1996, l’anno che segnò la storia grazie alla nascita di Internet. Non molto tempo dopo volai negli Stati Uniti dove rimasi per un’intera estate. In un certo senso avevo visto il mondo e guardato le varie culture, senza però vederle per davvero. Per farlo, impiegai anni. La mia vita americana si concluse e tornai in Europa, circondata dal benessere e dalle numerose opportunità. Lentamente mi amalgamai alla società che avevo intorno, accettando le sue regole. Senza farmi troppe domande.
Quando ero bambina passavo le estati nella nostra casa di montagna. Insieme ai nonni che cercavano di assecondare ogni mio desiderio. Uno di questi fu la bicicletta. In poco tempo diventò una parte di me. Ovunque stavo io, c’era anche lei o quasi. Mi vietarono di trasportarla in macchina quando andavamo a fare visita a numerosi parenti presenti nello stesso luogo. La domenica era in assoluto la mia giornata peggiore. Alle tredici in punto il pranzo veniva servito a casa del fratello di mia nonna. C’erano anche degli altri bambini con i quali non mi interessava socializzare, volevo soltanto guidare la mia bicicletta. Per accorciare quel tempo infinito, sgattaiolavo dall’uscita posteriore della casa e salivo sul prato dove mio cugino dipingeva. Ci sedevamo entrambi sotto un albero che ci riparava dal sole. Lui, sullo sgabello. Io, sull’erba. Passavo tutto il pomeriggio a guardare la sua tela, tenevo i pennelli, colori, strofinacci bianchi e portavo delle fresche bevande che ci aiutavano a sopportare il caldo di agosto. Non ero certo contenta di alzarmi in continuazione per andare in cucina ma ero piccola e lui mi sembrava autoritario, perciò obbedivo senza protestare. Da quel episodio sono passati tantissimi anni, per entrambi e la vita ci ha separati. Non dimenticatevi l’inizio di questa storia, in cui vi ho parlato della guerra.
Venti anni più tardi, una volta adulti, ci siamo rivisti e realmente conosciuti. Nell’arco di una estate abbiamo percorso gli anni che ci sono mancati, di nuovo sul prato, in una cucina, nella macchina e davanti al mare. Lui ha continuato a dipingere e ha deciso di condividere il suo mondo interiore organizzando la sua prima mostra indipendente. Ho preso un aereo e sono volata fino a Belgrado, dove, ho cominciato a farmi delle domande.
Negli ultimi anni i rapporti fra la Serbia e la Croazia sono migliorati. Le spiagge della Dalmazia, per esempio sono frequentate dai turisti serbi e Belgrado, soprannominata la città della musica, è diventata una meta molto amata dai croati, soprattutto per la sua vita notturna, la quale è stata anche inserita da una famosa guida turistica fra le dieci capitali mondiali del divertimento. Arrivai in una grigia e piovosa mattina di metà ottobre, ignara del mondo in cui stavo per entrare.
La frase: “questa era la capitale dello stato in cui sei nata” mi diede il benvenuto. Come cittadina croata con il suo inequivocabile accento non sapevo cosa aspettarmi dagli abitanti di questa città bianca (traduzione letteraria di Beograd, il nome serbo di Belgrado) ma mi accorsi che al mio modo di parlare nessuno ci faceva caso, a differenza di quello che accade in Croazia dove l’accento serbo, non passa del tutto inosservato.
Presto iniziarono i preparativi per una delle cerimonie più importanti nella vita di un bambino jugoslavo: diventare “pioniere”. Si trattava del primo dei tre passi, tipico dei paesi comunisti, per diventare a tutti gli effetti parte integrante del sistema politico e sociale. Il significato reale di tutto ciò era molto più complesso ma noi bambini vedevamo soltanto le nostre danze di gruppo, canti, divise bianche, blu, rosse e la cosa più importante di tutte: il giuramento. Con esso davamo la nostra parola che ci saremo impegnati nello studio, che avremo rispettato i genitori e le persone più anziane. Parlavamo anche dell’amicizia, promettendo di essere dei buoni amici, leali e fedeli, di amare il nostro paese e diffondere la fratellanza e le idee per cui Tito aveva combattuto. Concludevamo allargando le nostre parole all’umanità e a tutti quelli che volevano la pace e la libertà. Abbiamo giurato che li avremo stimati e rispettati.
Erano gli anni della spensieratezza infantile, del senso di sicurezza che ci veniva offerto giorno dopo giorno e dell’innocenza. Poi, nella mia vita ci fu un drastico cambiamento: il trasloco, non uno qualsiasi in cui si cambia via oppure quartiere. Nel 1991 cambiai nazione e mi trovai di fronte a dei nuovi usi e costumi, davanti ad una nuova cultura, quella occidentale. All’epoca ero un’adolescente ed il mio mondo, i miei problemi erano più importanti di qualsiasi evento, persino di una guerra.
Anche se i giornali e i telegiornali non facevano parte della mia quotidianità, non potevo non venire a conoscenza di quello che stava accadendo nella mia terra di origine. All’improvviso mi trovai di fronte ad uno stato del tutto nuovo in cui il nostro senso di comunità si era drasticamente ridimensionato. Non c’era più il senso di fratellanza che ha lasciato spazio ad una netta distinzione tra chi era serbo e croato, cattolico oppure ortodosso. Noi croati diventammo “ustascia” per i serbi e loro, per noi diventarono “cetnici”.
Un aspetto che apparteneva ai paesi comunisti era la laicità. A scuola, non ci avevano mai parlato di Dio ma nel giro di poco tempo la religione a cui apparteneva la propria famiglia diventò di fondamentale importanza, tanto che le chiese assunsero un importante ruolo. Negli occhi degli adulti mi sembrava che lo stupore fosse minore, le parole: “Era inevitabile dopo la morte di Tito” davano una sorta di alibi e accettazione a tutto ciò che accadeva. A volte rientravo nella mia città natale. Rimasi stupita dalla improvvisa presenza di Dio nelle loro vite e dall’accentuato nazionalismo di cui erano diventati vittime.
Una sera andai a trovare la mia amica di infanzia. Sua madre, una volta, mia maestra delle elementari, mi aprì la porta e felice di vedermi si avvicinò per darmi un bacio. Al secondo bacio si fermò ma io, avendo oramai assorbito le usanze occidentali, feci l’errore di dargliene uno terzo, al che si arrabbiò e mi disse che così baciavano i serbi. In quella stessa settimana, un ragazzo mi chiese di uscire. Mi portò alla messa di Natale che nessuno dei due fino a quel momento aveva festeggiato e così per la prima volta entrai in una chiesa dove mi resi conto della velocità con cui noi croati abbiamo rispolverato la nostra spiritualità, rimasta in ombra per tutto il periodo di Tito. Quanto a me, il processo di trasformazione non ebbe successo, rimasi quella che ero: croata da parte del padre e serba da parte della madre, senza una presenza divina a mio fianco.
Qualche anno dopo, la guerra in Croazia finì. Le vicende politiche passarono in secondo piano e la vita riprese il suo naturale corso. I miei amici croati iniziarono ad esplorare la loro nuova identità fatta di nuove idee politiche e di espansione verso l’Occidente. Era il 1996, l’anno che segnò la storia grazie alla nascita di Internet. Non molto tempo dopo volai negli Stati Uniti dove rimasi per un’intera estate. In un certo senso avevo visto il mondo e guardato le varie culture, senza però vederle per davvero. Per farlo, impiegai anni. La mia vita americana si concluse e tornai in Europa, circondata dal benessere e dalle numerose opportunità. Lentamente mi amalgamai alla società che avevo intorno, accettando le sue regole. Senza farmi troppe domande.
Quando ero bambina passavo le estati nella nostra casa di montagna. Insieme ai nonni che cercavano di assecondare ogni mio desiderio. Uno di questi fu la bicicletta. In poco tempo diventò una parte di me. Ovunque stavo io, c’era anche lei o quasi. Mi vietarono di trasportarla in macchina quando andavamo a fare visita a numerosi parenti presenti nello stesso luogo. La domenica era in assoluto la mia giornata peggiore. Alle tredici in punto il pranzo veniva servito a casa del fratello di mia nonna. C’erano anche degli altri bambini con i quali non mi interessava socializzare, volevo soltanto guidare la mia bicicletta. Per accorciare quel tempo infinito, sgattaiolavo dall’uscita posteriore della casa e salivo sul prato dove mio cugino dipingeva. Ci sedevamo entrambi sotto un albero che ci riparava dal sole. Lui, sullo sgabello. Io, sull’erba. Passavo tutto il pomeriggio a guardare la sua tela, tenevo i pennelli, colori, strofinacci bianchi e portavo delle fresche bevande che ci aiutavano a sopportare il caldo di agosto. Non ero certo contenta di alzarmi in continuazione per andare in cucina ma ero piccola e lui mi sembrava autoritario, perciò obbedivo senza protestare. Da quel episodio sono passati tantissimi anni, per entrambi e la vita ci ha separati. Non dimenticatevi l’inizio di questa storia, in cui vi ho parlato della guerra.
Venti anni più tardi, una volta adulti, ci siamo rivisti e realmente conosciuti. Nell’arco di una estate abbiamo percorso gli anni che ci sono mancati, di nuovo sul prato, in una cucina, nella macchina e davanti al mare. Lui ha continuato a dipingere e ha deciso di condividere il suo mondo interiore organizzando la sua prima mostra indipendente. Ho preso un aereo e sono volata fino a Belgrado, dove, ho cominciato a farmi delle domande.
Negli ultimi anni i rapporti fra la Serbia e la Croazia sono migliorati. Le spiagge della Dalmazia, per esempio sono frequentate dai turisti serbi e Belgrado, soprannominata la città della musica, è diventata una meta molto amata dai croati, soprattutto per la sua vita notturna, la quale è stata anche inserita da una famosa guida turistica fra le dieci capitali mondiali del divertimento. Arrivai in una grigia e piovosa mattina di metà ottobre, ignara del mondo in cui stavo per entrare.
La frase: “questa era la capitale dello stato in cui sei nata” mi diede il benvenuto. Come cittadina croata con il suo inequivocabile accento non sapevo cosa aspettarmi dagli abitanti di questa città bianca (traduzione letteraria di Beograd, il nome serbo di Belgrado) ma mi accorsi che al mio modo di parlare nessuno ci faceva caso, a differenza di quello che accade in Croazia dove l’accento serbo, non passa del tutto inosservato.
venerdì, maggio 04, 2012
Ambiente
Ieri sono tornato dall’ufficio un po’ prima del solito, verso le cinque e mezza. In effetti ero fuori città per lavoro e non avevo voglio di rientrare in quel posto dove c’è il capo e tutti i colleghi pettegoli e poco simpatici. Così dritto a casa. L’entrata nella cucina era triste: qualche giorno fa sono ceduti i pensili. Meno male che sono rimasti appesi e non sono caduti. Mi toccava toglierli tutti e adesso aspetto la cucina nuova che dovrebbe arrivare alla fine del giugno. Avevo preso la birra dal frigo e sono andato al soggiorno a mettermi in poltrona davanti al televisore acceso. Sfogliati i canali principali, la mia attenzione è stata attirata da una trasmissione che parlava dell’ambiente, o meglio del suo inquinamento. Non sono uno che da troppa importanza all’argomento , ma quello che ho visto mia ha sconvolto in un certo senso e mi ha lasciato un’impronta forte.
Hanno fatto vedere alcuni esempi di inquinamento dei quali il più clamoroso è quello dell’oceano Pacifico. Là, nella zona del arcipelago hawaiano, c’è un’area enorme, di qualche centinaia di chilometri quadri, dove sotto la superficie dell’acqua galleggiano migliaia di centinai di resti in plastica, spesso molto sbriciolati. La percentuale di questa materia artificiale, non presente nella natura, supera più volte la percentuale del plancton oceanico. Molti degli abitanti dell’oceano ingoiano questa plastica insieme con i plancton. Alcuni muoiono a lungo termine ed alcuni nel frattempo finiscono sui nostri piatti, facendoci pagare direttamente in salute il danno che stiamo provocando. Son rimasto allibiti dalle immagini mostrate. Questa è l’area più grande del mondo, ma dicono che negli altri oceani sono presenti altre tre, tutte tenute ferme dalla circolazione delle correnti oceaniche.
Un altro servizio mostrava una città cinese, non mi ricordo il nome, verso sud-est del paese, sulla costa del mare Giallo. La finisce quasi tutta la roba informatica dismessa, da tutto il mondo. I computer, i monitor, le tastiere; disassemblano tutto per riciclaggio, dividendo le parti in plastica, da quelle in metallo e recuperano anche i materiali pregiati che si trovano nei circuiti stampati. Una città di un milione di abitanti, dove oltre un quarto della cittadinanza lavora nel campo del riciclaggio. Ed è tutto illegale in quanto le leggi internazionali, non firmate dagli Stati Uniti e dal Giappone, vietano trasferimento di questo tipo di rifiuti all’estero. Lo vieta anche la legge cinese, cioè l’importazione, ma visto che la Cina prende un sacco di soldi di quest’attività, i funzionari statali semplicemente chiudono gli occhi e non vedono i container pieni dei rifiuti informatici. Per chiudere meglio gli occhi, appena si apre un container si vede un mazzo di dollari.
Ragazzi, un disastro totale e qui c’è poco da fare; è tutto dovuto allo sfrenato consumismo, incalzato anche da tutti i governi. Vi ricordate la pubblicità quando uno esce dal negozio con la spesa e gli si avvicina uno dicendogli: grazie, stai aiutando l’economia del paese. Ma la quantità dei rifiuti che produce la nostra civiltà e davvero enorme e direi che prima o puoi diventerà insopportabile. In Italia abbiamo già avuto qualche assaggio a Napoli.
Hanno fatto vedere alcuni esempi di inquinamento dei quali il più clamoroso è quello dell’oceano Pacifico. Là, nella zona del arcipelago hawaiano, c’è un’area enorme, di qualche centinaia di chilometri quadri, dove sotto la superficie dell’acqua galleggiano migliaia di centinai di resti in plastica, spesso molto sbriciolati. La percentuale di questa materia artificiale, non presente nella natura, supera più volte la percentuale del plancton oceanico. Molti degli abitanti dell’oceano ingoiano questa plastica insieme con i plancton. Alcuni muoiono a lungo termine ed alcuni nel frattempo finiscono sui nostri piatti, facendoci pagare direttamente in salute il danno che stiamo provocando. Son rimasto allibiti dalle immagini mostrate. Questa è l’area più grande del mondo, ma dicono che negli altri oceani sono presenti altre tre, tutte tenute ferme dalla circolazione delle correnti oceaniche.
Un altro servizio mostrava una città cinese, non mi ricordo il nome, verso sud-est del paese, sulla costa del mare Giallo. La finisce quasi tutta la roba informatica dismessa, da tutto il mondo. I computer, i monitor, le tastiere; disassemblano tutto per riciclaggio, dividendo le parti in plastica, da quelle in metallo e recuperano anche i materiali pregiati che si trovano nei circuiti stampati. Una città di un milione di abitanti, dove oltre un quarto della cittadinanza lavora nel campo del riciclaggio. Ed è tutto illegale in quanto le leggi internazionali, non firmate dagli Stati Uniti e dal Giappone, vietano trasferimento di questo tipo di rifiuti all’estero. Lo vieta anche la legge cinese, cioè l’importazione, ma visto che la Cina prende un sacco di soldi di quest’attività, i funzionari statali semplicemente chiudono gli occhi e non vedono i container pieni dei rifiuti informatici. Per chiudere meglio gli occhi, appena si apre un container si vede un mazzo di dollari.
Ragazzi, un disastro totale e qui c’è poco da fare; è tutto dovuto allo sfrenato consumismo, incalzato anche da tutti i governi. Vi ricordate la pubblicità quando uno esce dal negozio con la spesa e gli si avvicina uno dicendogli: grazie, stai aiutando l’economia del paese. Ma la quantità dei rifiuti che produce la nostra civiltà e davvero enorme e direi che prima o puoi diventerà insopportabile. In Italia abbiamo già avuto qualche assaggio a Napoli.
mercoledì, gennaio 25, 2012
Stufo
Oggi è una giornata no, per quanto riguarda l'ufficio. Sono arrivato come al solito, verso le 9 e tutti hanno cominciato a rompere: mi fai questo, ma perché non hai creato quello, guarda che la procedura che hai fatto è migliorabile. Ma anche tu sei migliorabile: con due ritocchi le tue tette che arrivano fino allo stomaco si potrebbero facilmente raddrizzare e del culo non ne parliamo neppure. Ma fattemi piacere, lasciate mi in pace astrale, con il mio secondo corpo che inizia ad avere un po' di fame. Vado a mangiare e dopo vi racconto tutto. So che non vi importa un fico secco, ma mi sentirò meglio io dopo aver confidato i miei pensieri ad un pezzo di carta, potenzialmente con alta diffusione ma pochi interessati.
Il pranzo è andato bene ed il mio stomaco non brontola più. E' per questo che anche la mia anima è più gioiosa? Merito anche di una splendida giornata solare e nemmeno tanto fredda come quelle precedenti. Allora ho mangiato una buona pizza margherita e una birra piccola. Mi andava anche quella grande ma in quel caso il prezzo del pranzo supera il valore del mio buono pasto. Visto che siamo in piena crisi economica, occorre fare degli sacrifici e risparmiare, e io sono un buon cittadino e rispetto quello che si aspetta da me. Dimenticavo, ho preso anche il caffè (era un po’ freddo e mi è scappato troppo zucchero) e così dovevo aggiungere 30 centesimi in contanti (non mi da il resto del buono). Dopo sono entrato in un bar per comprarmi le sigarette (in questo modo sostengo ancora lo stato pagando delle tasse aggiuntive) e ho incontrato un collega che faceva fuori un grappino: ci vuole un digestivo dopo l'alimentazione, sostiene lui. Anche io sono d’accordo, ma forse è meglio fuori gli orari dell’ufficio.
Santa pazienza. Ieri ho visto la partita di Coppa – niente male per questa competizione, ma non me ne fregava più di tanto delle squadre che giocavano. La Juve una volta mi stava molto sul wurstel ma da quando è andato via Moggi non mi danno fastidio. Ma stasera c'è Napoli - Inter. Sono milanista io e per definizione dovrei tifare Napoli, ma sono anche leghista e non so che sosterrò: magari potessi tifare contro entrambi, ma non ha senso.
Mai stato in una crociera. L'anno scorso dovevo andare a farla sul Nilo ma sono successe delle cose in Egitto ed era meglio non tirare il diavolo per la coda. Ma quella era molto diversa rispetto a quello che si intende quando si dice "crociera". Quella con 5000 persone al bordo, una città che si sposta via mare nelle altre città. Mia moglie si rifiutava di fare una cosa di genere perché, secondo lei, è una cosa degenerata, per vecchi e coglioni. Io volevo almeno provare (stop meglio in tutti i posti che si trovano fuori dalla mia stanza aziendale). Ma si è visto ultimi giorni che le navi non sono quelle di una volta, oppure sarebbe meglio riferirsi al capitano (non è quello della Findus), e io ho abbracciato, con la piena convinzione, il pensiero di mia moglie, per motivi un po' diversi, ma è importante che siamo in sintonia.
Il pranzo è andato bene ed il mio stomaco non brontola più. E' per questo che anche la mia anima è più gioiosa? Merito anche di una splendida giornata solare e nemmeno tanto fredda come quelle precedenti. Allora ho mangiato una buona pizza margherita e una birra piccola. Mi andava anche quella grande ma in quel caso il prezzo del pranzo supera il valore del mio buono pasto. Visto che siamo in piena crisi economica, occorre fare degli sacrifici e risparmiare, e io sono un buon cittadino e rispetto quello che si aspetta da me. Dimenticavo, ho preso anche il caffè (era un po’ freddo e mi è scappato troppo zucchero) e così dovevo aggiungere 30 centesimi in contanti (non mi da il resto del buono). Dopo sono entrato in un bar per comprarmi le sigarette (in questo modo sostengo ancora lo stato pagando delle tasse aggiuntive) e ho incontrato un collega che faceva fuori un grappino: ci vuole un digestivo dopo l'alimentazione, sostiene lui. Anche io sono d’accordo, ma forse è meglio fuori gli orari dell’ufficio.
Santa pazienza. Ieri ho visto la partita di Coppa – niente male per questa competizione, ma non me ne fregava più di tanto delle squadre che giocavano. La Juve una volta mi stava molto sul wurstel ma da quando è andato via Moggi non mi danno fastidio. Ma stasera c'è Napoli - Inter. Sono milanista io e per definizione dovrei tifare Napoli, ma sono anche leghista e non so che sosterrò: magari potessi tifare contro entrambi, ma non ha senso.
Crociera
Mai stato in una crociera. L'anno scorso dovevo andare a farla sul Nilo ma sono successe delle cose in Egitto ed era meglio non tirare il diavolo per la coda. Ma quella era molto diversa rispetto a quello che si intende quando si dice "crociera". Quella con 5000 persone al bordo, una città che si sposta via mare nelle altre città. Mia moglie si rifiutava di fare una cosa di genere perché, secondo lei, è una cosa degenerata, per vecchi e coglioni. Io volevo almeno provare (stop meglio in tutti i posti che si trovano fuori dalla mia stanza aziendale). Ma si è visto ultimi giorni che le navi non sono quelle di una volta, oppure sarebbe meglio riferirsi al capitano (non è quello della Findus), e io ho abbracciato, con la piena convinzione, il pensiero di mia moglie, per motivi un po' diversi, ma è importante che siamo in sintonia.
mercoledì, ottobre 26, 2011
Kart
Lavorare in ufficio è molto comodo; non soffri ne caldo ne freddo, anche se piove sei all'asciutto e te ne freghi. C'è la macchinetta per il caffè, ma anche con le bibite e addirittura, se ti viene un po' di fame ci sono anche le merendine. Ma stare seduti tutti i giorni, guardando per 8 ore nel monitor del computer non è il massimo per la salute. Soffre la schiena, i muscoli atrofizzano (la cosa più pesante che sposti è il tuo topo) e gli occhi cominciano a fare male, si stancano velocemente e ti servono anche gli occhiali. Perciò dopo l'ufficio ci vuole un po' di ricreazione, per mettere in salvo anche il corpo. Si va a palestra, a correre e robe di genere, che a me personalmente non piacciono. Non trovo per niente divertente correre, senza essere costretto a farlo, sulla strada u sul tapirulan, o come alcuni lo chiamano tapis. Sento troppa fatica, ci penso come mi fanno male le gambe e sento che il respiro ogni passo diventa più corto. Ma un po' di attività fisica ci vuole, su questo non ci sono dei dubbi.
L'unico modo per me per costringermi a muovermi è di trovare un piacere nel movimento e questo lo trovo quando gioco. Così la mia attività fisica principale è una partita di calcetto la domenica mattina. Là corro dietro la palla o dietro l'avversario, che succede più spesso visto che gioco primariamente in difesa, e sono concentrato su gioco e non penso alla fatica, allo sforzo che sto compiendo. Per essere sincero, la sento il giorno dopo. Le gambe fanno un po' male, ma dopo ogni partita la condizione fisica cresce e il dolore diminuisce. E in questo modo vado da anni, ma ultimamente ho scoperto un altro modo, più per divertirmi che per ricrearmi. Il kart.
La settimana scorsa un mio partner di lavoro ha organizzato una gara per i suoi collaboratori, noi 4. In effetti eravamo in 6, ma due non hanno gareggiato perché non si sentivano molto bene. Tutta la pista del kartodromo di Buccinasco per noi. Una qualifica di 11 giri e due gare, sempre di 11 giri. Era la mia seconda volta di guidare un mezzo di genere, una specie di giocatolo a prima vista; in effetti permette di giocare e di divertirsi. Prima volta su una pista outdoor a Jesolo, l'anno scorso. Eravamo in 8 e due volte sono arrivato ultimo, superato di due giri quasi da tutti; che delusione. Ma questa volta mi sono preparato. Ho visitato vari forum sul tema cercando di recuperare la mancanza di esperienza con un po' di istruzione avanzata.
Ci hanno dato le tute ed i caschi e ci hanno assegnato le macchinette. A me ha toccato un piccolo bolide con il numero 34. E siamo partiti. La pista è in cemento lisciato, molto diversa rispetto a quella outdoor che era in asfalto. Ho cercato di rispettare il principale consiglio trovato in rete: non guidare in derapata in quanto poco efficiente – i tempi a giro notevolmente crescono. E ho avuto conferma di questo. I primi giri non potevo aiutarmi e il kart sbandava dappertutto; troppo divertente per non farlo. Ma sula pista c'è il semaforo che mostra i tempi e me ne sono accorto che sono 5 secondi più lento rispetto ai miei avversari ed il mio orgoglio e prevalso sull'adrenalina e ho iniziato abbassare notevolmente i tempi ed il distacco da quelli che mi precedevano.
Allora, come è andata alla fine. Nella qualifica ero ultimo, nella prima gara sono arrivato il quarto (di noi quattro) e nella seconda sono riuscito a conservare lo stesso posto. Non ero proprio contento, ma qualche spunto per una moderata soddisfazione l'ho trovato. Non mi hanno mai doppiato e già questo era un notevole progresso rispetto all'anno precedente. Inoltre ho migliorato tra la prima e la seconda gara: ho diminuito il distacco dal primo da 40 al 30 secondi, praticamente sono riuscito a recuperare un secondo a giro. Modestamente contento, sperando in un miglioramento nel futuro. Visto che ho iniziato il post con le questione fisiche, devo dire che giorno dopo mi facevano male le braccia e la schiena.
L'unico modo per me per costringermi a muovermi è di trovare un piacere nel movimento e questo lo trovo quando gioco. Così la mia attività fisica principale è una partita di calcetto la domenica mattina. Là corro dietro la palla o dietro l'avversario, che succede più spesso visto che gioco primariamente in difesa, e sono concentrato su gioco e non penso alla fatica, allo sforzo che sto compiendo. Per essere sincero, la sento il giorno dopo. Le gambe fanno un po' male, ma dopo ogni partita la condizione fisica cresce e il dolore diminuisce. E in questo modo vado da anni, ma ultimamente ho scoperto un altro modo, più per divertirmi che per ricrearmi. Il kart.
La settimana scorsa un mio partner di lavoro ha organizzato una gara per i suoi collaboratori, noi 4. In effetti eravamo in 6, ma due non hanno gareggiato perché non si sentivano molto bene. Tutta la pista del kartodromo di Buccinasco per noi. Una qualifica di 11 giri e due gare, sempre di 11 giri. Era la mia seconda volta di guidare un mezzo di genere, una specie di giocatolo a prima vista; in effetti permette di giocare e di divertirsi. Prima volta su una pista outdoor a Jesolo, l'anno scorso. Eravamo in 8 e due volte sono arrivato ultimo, superato di due giri quasi da tutti; che delusione. Ma questa volta mi sono preparato. Ho visitato vari forum sul tema cercando di recuperare la mancanza di esperienza con un po' di istruzione avanzata.
Ci hanno dato le tute ed i caschi e ci hanno assegnato le macchinette. A me ha toccato un piccolo bolide con il numero 34. E siamo partiti. La pista è in cemento lisciato, molto diversa rispetto a quella outdoor che era in asfalto. Ho cercato di rispettare il principale consiglio trovato in rete: non guidare in derapata in quanto poco efficiente – i tempi a giro notevolmente crescono. E ho avuto conferma di questo. I primi giri non potevo aiutarmi e il kart sbandava dappertutto; troppo divertente per non farlo. Ma sula pista c'è il semaforo che mostra i tempi e me ne sono accorto che sono 5 secondi più lento rispetto ai miei avversari ed il mio orgoglio e prevalso sull'adrenalina e ho iniziato abbassare notevolmente i tempi ed il distacco da quelli che mi precedevano.
Allora, come è andata alla fine. Nella qualifica ero ultimo, nella prima gara sono arrivato il quarto (di noi quattro) e nella seconda sono riuscito a conservare lo stesso posto. Non ero proprio contento, ma qualche spunto per una moderata soddisfazione l'ho trovato. Non mi hanno mai doppiato e già questo era un notevole progresso rispetto all'anno precedente. Inoltre ho migliorato tra la prima e la seconda gara: ho diminuito il distacco dal primo da 40 al 30 secondi, praticamente sono riuscito a recuperare un secondo a giro. Modestamente contento, sperando in un miglioramento nel futuro. Visto che ho iniziato il post con le questione fisiche, devo dire che giorno dopo mi facevano male le braccia e la schiena.
domenica, maggio 22, 2011
Amsterdam
Sono uscito dall’ufficio un po’ prima del solito, verso le 3 di pomeriggio, prendendo qualche ora di recupero e ho preso il treno per Malpensa. Alle 9 di sera ero già ad Amsterdam; il mondo oggi è diventato piccolo e ci si arriva dappertutto in poche ore. Una volta si andava 2 giorni con il treno a vapore, dopo 4 giorni a cavallo e ultimo tratto a piedi. Ho affittato un appartamento in una tipica casa olandese, all’ultimo piano. Fokko, il proprietario, mi ha dato le chiavi e ha chiesto di lasciarle nella serratura quando me ne sarei andato via. Ovviamente, ha riscosso anche i soldi per l’affitto, 140 euro a notte. Un po’ caruccio, ma l’appartamento era molto bello, disegnato da un architetto, con 4 posti luce, le piastrelle di grande formato, la cucina a vista, il televisore ed un piccolo ma potente stereo che leggeva anche la chiavetta USB con gli MP3.
La prima sera ho deciso di non sforzarmi molto e così ho girato un nei dintorni e ho cenato in un ristorante Spagnolo. Avevo ancora le due serate ha disposizione e non volevo sparare tutte le cartucce già all’arrivo. Ho girato per due giorni su e giù, prevalentemente a piedi; il centro non è molto grande e da una parte ad altra ci si arriva in una trentina di minuti. Ne ho viste delle città d’Europa ed anche qualche di mondo, ma l’Amsterdam la trovo una delle più affascinanti. Numerosissimi canali e tanto verde, pochissimo traffico in quanto si va prevalentemente in bici (state attenti, i biciclisti sono più pericolosi degli automobilisti), l’architettura molto diversa di quello che troviamo in Italia, le vetrine con le prostitute, gli spettacoli di tutti i generi, i coffe shop dove uno si può tranqillamente fumare una sigaretta con l’erba, oppure qualcos’altro ed anche negozi dove ti vendono le cose che ti fanno fare dei viaggi con la testa. Non so se c’è qualche altro posto così bello e così anche diverso, con le cose che non si trovano negli altri posti.
Ovviamente ho visitato dettagliatamente la zona a luci rosse, con le ragazze molto carine nelle vetrine. Basta bussare, concordare il prezzo e la tenda sulla vetrina si chiude; l’azione è in corso. Ci sono anche le vetrine con le due ragazze e mi sembra che erano più gettonate dalle altre. Sulla periferia della zona ci sono anche le vetrine con la roba scadente, le nere e sudamericane vecchie e grasse. Sicuramente costano di meno e probabilmente c’è anche la clientela che va la non soltanto per risparmiare. Dopo aver passato un’oretta là, a uno viene voglia di vedere anche un po’ di azione e cosi sono finito in una Casa Rosso, una catena dei teatri (gli ho visti tanti) dove pagando tra 25 e 45 euro, dipende se si includono le bevande o meno, si può guardare lo strip-tease ed anche alla fine dello spettacolo un vero e proprio sesso dal vivo. Gli strip-tease erano molto carini e divertenti e le ragazze belle, brave ed eccitanti, mentre il live sex era un po’ tecnico: gli attori, ovviamente una femmina ed un maschio si giravo per far vedere meglio i dettagli al pubblico disposto su tre lati. Ma visto che prima volta partecipavo ad uno spettacolo hard dal vivo, non sono per niente rimasto deluso. Decisamente un bel modo per passare il tempo dopo ufficio.
La prima sera ho deciso di non sforzarmi molto e così ho girato un nei dintorni e ho cenato in un ristorante Spagnolo. Avevo ancora le due serate ha disposizione e non volevo sparare tutte le cartucce già all’arrivo. Ho girato per due giorni su e giù, prevalentemente a piedi; il centro non è molto grande e da una parte ad altra ci si arriva in una trentina di minuti. Ne ho viste delle città d’Europa ed anche qualche di mondo, ma l’Amsterdam la trovo una delle più affascinanti. Numerosissimi canali e tanto verde, pochissimo traffico in quanto si va prevalentemente in bici (state attenti, i biciclisti sono più pericolosi degli automobilisti), l’architettura molto diversa di quello che troviamo in Italia, le vetrine con le prostitute, gli spettacoli di tutti i generi, i coffe shop dove uno si può tranqillamente fumare una sigaretta con l’erba, oppure qualcos’altro ed anche negozi dove ti vendono le cose che ti fanno fare dei viaggi con la testa. Non so se c’è qualche altro posto così bello e così anche diverso, con le cose che non si trovano negli altri posti.
Ovviamente ho visitato dettagliatamente la zona a luci rosse, con le ragazze molto carine nelle vetrine. Basta bussare, concordare il prezzo e la tenda sulla vetrina si chiude; l’azione è in corso. Ci sono anche le vetrine con le due ragazze e mi sembra che erano più gettonate dalle altre. Sulla periferia della zona ci sono anche le vetrine con la roba scadente, le nere e sudamericane vecchie e grasse. Sicuramente costano di meno e probabilmente c’è anche la clientela che va la non soltanto per risparmiare. Dopo aver passato un’oretta là, a uno viene voglia di vedere anche un po’ di azione e cosi sono finito in una Casa Rosso, una catena dei teatri (gli ho visti tanti) dove pagando tra 25 e 45 euro, dipende se si includono le bevande o meno, si può guardare lo strip-tease ed anche alla fine dello spettacolo un vero e proprio sesso dal vivo. Gli strip-tease erano molto carini e divertenti e le ragazze belle, brave ed eccitanti, mentre il live sex era un po’ tecnico: gli attori, ovviamente una femmina ed un maschio si giravo per far vedere meglio i dettagli al pubblico disposto su tre lati. Ma visto che prima volta partecipavo ad uno spettacolo hard dal vivo, non sono per niente rimasto deluso. Decisamente un bel modo per passare il tempo dopo ufficio.